Lo zelo delle procure e il latte andato a male
Febbraio 2003: Parmalat lancia sul mercato un'emissione obbligazionaria di 300 milioni di Euro, ma le reazioni estremamente negative del mercato costringono la società a ritirare l'operazione. Non si capisce perché un'azienda che dichiara di possedere, al 31.12.2002, un attivo corrente pari a 2,5 miliardi, debba chiedere quattrini agli investitori. Prima notizia di reato.
Giugno 2003: dopo aver comunicato al mercato di voler ridurre il debito entro il 2005, Parmalat colloca privatamente obbligazioni per 300 milioni. Seconda notizia di reato.
Settembre 2003: Parmalat colloca privatamente un nuovo prestito obbligazionario da 350 milioni. Terza notizia di reato.
Novembre 2003: Parmalat rende noto l'investimento nel fondo Epicurum di liquidità per 477 mln. Il fondo è costituito alle Cayman, rappresentante legale in Italia ne è l'avvocato Zini, al contempo legale di riferimento della Parmalat. Quarta notizia di reato.
19 Dicembre 2003: Bank of America dichiara di non avere presso di sé il deposito da 4,7 mld di Euro vantato dai bilanci Parmalat. La magistratura apre un'inchiesta per aggiotaggio. Morale della favola: la magistratura avvia un'inchiesta su Parmalat solo quando lo stato di decozione dell'azienda è manifesto e, soprattutto, quando la puzza di marcio dalle parti di Collecchio è diventata insopportabile. Ergo, la magistratura, come il resto del sistema dei controlli, non ha funzionato. Ha dormito. Questo ragionamento potrebbe sembrare spicciolo, addirittura rozzo. E lo sarebbe. Lo sarebbe se la prassi delle procure italiane, specie negli ultimi dieci anni, fosse stata diversa; lo sarebbe se l'interpretazione del codice di procedura penale fatta propria dai pubblici ministeri nostrani fosse stata meno aggressiva e più aderente allo spirito della legge. Se è vero, difatti, che secondo il codice la notizia di reato è il presupposto logico cui conseguono le indagini preliminari e, eventualmente, l'esercizio dell'azione penale, è anche vero che lo spettacolo al quale siamo stati abituati dopo Tangentopoli ha messo in evidenza il notevole impegno speso da alcune procure nell'approfondire le indagini preliminari "a priori", allo scopo di "produrre" le notizie di reato. Questa prassi - se pur non illegale, quantomeno irrituale - ha cucito addosso ai pubblici ministeri l'improprio abito della prevenzione, stravolgendo le funzioni di un organo normalmente deputato alla repressione dei reati. Questa prassi, della quale la Procura di Milano si è fatta autorevole sostenitrice, ha ingenerato una sorta di "aspettativa all'indagine". Questa prassi, in definitiva, ha dato adito al ragionamento di cui sopra che, ahimè, non appare più spicciolo. E nemmeno rozzo. Sembra di conseguenza giusto chiedersi dove fosse, e cosa stesse facendo, la magistratura mentre il management di Parmalat turlupinava il pubblico risparmio. Sembra legittimo chiedersi dove fosse, e cosa stesse facendo, la magistratura mentre la stampa denunciava le anomalie dell'ottava azienda italiana per capitalizzazione in borsa. Eppure le condizioni di precarietà della Parmalat erano state più volte evidenziate dal mercato. Eppure la stessa società di Tanzi aveva candidamente ammesso di aver sottoscritto le quote di un fondo costituito in un noto paradiso fiscale. Eppure si era da poco verificato il caso Cirio. Certo, una risposta immediata a questi interrogativi ci sarebbe. Ma sarebbe una risposta volgare, in stridente contrasto con l'incontestabile canone dell'imparzialità delle procure, di cui siamo convinti sostenitori.
Già: perché, se volessimo essere volgari, potremmo pensare che i pubblici ministeri competenti per il reato di aggiotaggio su strumenti finanziari (quelli di Milano) erano troppo impegnati su altri fronti. Potremmo pensare che quegli stessi pubblici ministeri erano unicamente dediti a mettere sottosopra gli uffici di Mediaset, florida azienda quotata che sforna utili a iosa per i piccoli risparmiatori. Potremmo pensare che quegli stessi pubblici ministeri erano troppo concentrati nell'incriminazione dell'uomo politico che legittimamente regge il timone del governo. Ma non saremo volgari. Anche se la tentazione è forte, faremo in modo di resistere, resistere, resistere......

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